Funnel di conversione: dove si rompe senza che tu lo veda

embudo de conversion

Sono settimane che guardi lo stesso dashboard. Le visite ci sono. Gli annunci girano. Il traffico arriva. Eppure, il funnel di conversione non converte. I numeri non tornano, e non riesci a capire dov’ĆØ il buco.

embudo de conversion

La prima cosa che fa quasi chiunque in questa situazione ĆØ cercare di più. Più traffico, più budget, più canali. ƈ la risposta istintiva: se non arriva abbastanza, ne porto altro. Te lo confesso, l’ho visto fare decine di volte. E lo capisco, perchĆ© ĆØ la parte che si vede. Il traffico ha un numero. Il numero ĆØ concreto. Il numero dĆ  la sensazione che se sale, qualcosa migliorerĆ .

Ma qui sta il problema: riempire di più un funnel rotto non lo aggiusta. Lo fa perdere solo più in fretta.

Il buco ĆØ sempre dove non guardi

Immagina una vasca da bagno con il tappo messo ma una crepa su un lato. La riempi. L’acqua sale. Ma a un certo punto il livello si stabilizza e non sale più, anche se il rubinetto ĆØ ancora aperto. Se stai guardando il rubinetto, non troverai mai la crepa. E se quello che fai ĆØ aprirlo di più, il risultato ĆØ che sprechi più acqua per mantenere lo stesso livello.

Con il funnel succede esattamente la stessa cosa. Il problema ĆØ raramente dove hai gli occhi puntati. Stai guardando il traffico perchĆ© il traffico si misura facilmente. Ma la crepa ĆØ altrove: nella pagina prodotto che non funziona bene su mobile, nel form che chiede troppi dati, nell’email di follow-up che arriva tre giorni dopo, nella proposta di valore che non dice niente di concreto al visitatore appena arrivato.

Mi spiego. Un funnel di conversione ha, grosso modo, tre momenti: qualcuno arriva, qualcuno considera, qualcuno decide. La maggior parte dei budget si spende sul primo. La maggior parte dei problemi sta nel secondo e nel terzo. E la maggior parte delle analisi si fa guardando solo il primo.

L’urgente occupa tutto lo schermo

Qualche tempo fa lavoravo con un cliente che vendeva servizi di formazione online. Aveva un traffico ragionevole, un tasso di clic sugli annunci non male, e vendite che non arrivavano. Ogni mese alzavamo un po’ il budget di acquisizione. Ogni mese il risultato era lo stesso: entrava più gente, ma la proporzione di chi comprava non si muoveva.

Quando ci siamo fermati e abbiamo guardato il funnel per intero —non solo l’ingresso, ma ogni singolo passaggio— abbiamo trovato un momento preciso, nella pagina di checkout, in cui le persone abbandonavano in modo sistematico. Non era un problema di traffico. Era un problema di fiducia: in quell’ultimo step non c’era nessun elemento che dicesse all’acquirente Ā«stai nel posto giusto, ĆØ tutto sicuroĀ». Nessun sigillo, nessuna testimonianza, nessuna garanzia visibile. Solo un form con i dati della carta.

Abbiamo sistemato quello. Senza toccare il budget. Le vendite sono salite.

La cosa curiosa ĆØ che quel problema era lƬ da mesi. E da mesi non lo vedeva nessuno, perchĆ© nessuno guardava in quella direzione. L’urgente —portare più traffico— occupava tutto lo schermo e copriva l’importante.

Stai risolvendo bene la domanda sbagliata

Qui sta il punto che mi interessa farti notare. Il problema non ĆØ che non sai analizzare. Il problema ĆØ che stai analizzando la domanda sbagliata.

«Come ottengo più traffico?» è una domanda legittima, ma solo se il funnel di conversione è sano. Se non lo è, è la domanda sbagliata. E se non sai cosa misurare a ogni passaggio del processo, non puoi nemmeno sapere in quale punto si rompe.

La domanda giusta, prima di parlare di traffico, ĆØ questa: in quale punto esatto del percorso le persone smettono di avanzare? Non in generale. In quale punto preciso, con quale tipo di utente, provenendo da quale canale, su quale dispositivo.

Detto altrimenti: un funnel non si rompe Ā«in generaleĀ». Si rompe in un posto specifico, per una ragione specifica. E quella ragione quasi mai ĆØ che c’ĆØ poco traffico.

A mio modo di vedere, ci sono tre ragioni ricorrenti per cui un funnel perde conversioni nei punti intermedi, e tutte e tre hanno poco a che fare con quante persone entrano:

La prima è un problema di attrito tecnico: qualcosa nel processo non funziona, carica lento, non si vede su mobile, il form dà errore. Le persone abbandonano non perché non vogliano comprare, ma perché il percorso è pieno di ostacoli.

La seconda ĆØ un problema di messaggio disallineato: l’annuncio prometteva una cosa, la landing page ne dice un’altra. Il visitatore arriva, guarda, non riconosce quello che si aspettava di trovare, e se ne va. Non perchĆ© l’offerta sia cattiva, ma perchĆ© la continuitĆ  narrativa si ĆØ spezzata da qualche parte.

La terza, e forse la più difficile da vedere, ĆØ un problema di fiducia non costruita: l’utente arriva al momento di decidere e non ha abbastanza ragioni per farlo. Non sa chi sei, non ha prove che quello che offri funzioni, non capisce esattamente cosa sta comprando. E in quel momento di dubbio, la cosa più facile ĆØ andarsene.

La mappa non ĆØ il territorio

C’ĆØ una cosa che mi sembra importante dire qui, ed ĆØ che il dashboard ti mostra quello che ĆØ successo, non perchĆ© ĆØ successo. Vedi che il 70% delle persone abbandona su una pagina specifica. Questo ĆØ un fatto. Ma il fatto non ti dice nulla sulla causa.

Per quello devi scendere nel dettaglio. Guardare le registrazioni di sessioni reali. Parlare con chi ha comprato e chiedergli cosa li ha convinti. Parlare anche, se puoi, con chi non ha comprato. Fare test su elementi precisi, uno alla volta, per vedere cosa muove l’ago.

ƈ un lavoro lento. Poco glamour. Il numero che vedi sullo schermo non ti sta sempre dicendo quello che credi, e a volte la conclusione che trai dal dato ĆØ esattamente l’opposta di quella che dovresti trarre.

Sono arrivato alla conclusione che la maggior parte del tempo che si perde nel marketing online si perde qui: nell’interpretare male il dato, nel trarre conclusioni affrettate, nell’agire sui sintomi invece che sulle cause.

Prima di aprire di più il rubinetto

Con gli anni ho imparato che quando qualcuno mi dice Ā«ho bisogno di più trafficoĀ», la prima cosa che faccio ĆØ chiedergli cosa sta succedendo con quello che ha giĆ . Non come un interrogatorio, ma come un esercizio onesto: ripercorriamo insieme ogni passaggio del percorso dell’utente, guardiamo dove se ne va la gente, e quasi sempre emerge qualcosa che non era stato visto.

A volte ĆØ piccolo. Un pulsante che non contrasta, un testo che non dice niente di concreto, un processo di pagamento che chiede troppo. Cose che sembrano secondarie ma che, nel momento esatto in cui l’utente deve decidere, pesano molto.

Altre volte è più profondo: la proposta di valore non è chiara, il prodotto non è ben posizionato, o semplicemente si sta attirando un tipo di visitatore che non avrebbe mai comprato quello che si offre. E in quel caso, più traffico non solo non aiuta, ma distorce i dati e rende la diagnosi più difficile.

La veritĆ  ĆØ che ottimizzare un funnel di conversione ĆØ, prima di tutto, un esercizio di osservazione. Guardare il percorso per intero, non solo l’ingresso. Chiedersi cosa succede al visitante a ogni passaggio, cosa sente, cosa lo frena, cosa gli serve per andare avanti.

E per questo non serve più budget. Serve guardare nel posto giusto.

La crepa nella tua vasca ĆØ lƬ da un po’. La domanda ĆØ: ancora per quanto tempo hai intenzione di aprire il rubinetto?